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Editoriale

 Produzione di un video per e con la classe

Da casalinghe a commesse       

Intervista: la competenza linguistica greca

L’Italiano nel mondo

Nuove Certificazioni

La nave per Kobe  

 
 

Da casalinghe a commesse

(ovvero da uno stereotipo all’altro).

                     di Gabriella De Angelis          

A più riprese in Italia a partire dagli anni ’70, è stata posta, con particolare attenzione ai libri per bambini, la questione della necessità di rappresentare nei testi scolastici il femminile e il maschile in maniera da evitare stereotipi e contribuire all’evoluzione di una società che permetta ad ogni donna e ogni uomo di costruire liberamente la propria identità, senza doversi uniformare a schemi precostituiti.

Più recentemente un progetto cofinanziato dall’Unione Europea e che ha visto coinvolti Italia, Spagna e Portogallo, si è concluso con la redazione di un codice di autoregolamentazione sottoscritto dall’Associazione Italiana Editori. Tale codice, noto col nome di POLITE1, impegna questi ultimi a un’azione di controllo perchè il materiale pubblicato risponda non solo all’esigenza di rappresentare in modo corretto la realtà delle relazioni tra i sessi, quale effettivamente essa è oggi nel nostro paese, ma anche a favorire le pari opportunità tra donne e uomini.

A dispetto di tutto ciò, da una ricerca fatta sui libri per l’insegnamento dell’italiano come LS che sono stati pubblicati nell’ultimo decennio e che sono i più diffusi sia in Italia che all’estero, negli Istituti di Cultura, nei corsi gestiti dalla Dante Alighieri, in università e scuole di ogni tipo, emerge come l’immagine della società italiana che essi tratteggiano, generalmente abbastanza stereotipata, sia particolarmente falsa  e inattuale proprio sotto il profilo delle relazioni di genere.

  Quando non sono casalinghe, infatti, le donne italiane continuano, a giudicare dai libri in questione, a svolgere mansioni lavorative poco prestigiose e comunque subordinate. Eserciti di commesse, cassiere, segretarie e cameriere non si stancano di rispondere con efficienza e sorriso sulle labbra alle aspettative di datori di lavoro inevitabilmente maschi.

 Quando rientrano a casa sfinite, esse si danno da fare per recuperare il tempo perduto: rimestano con una mano la minestra sul fuoco, mentre con l’altra passano l’aspirapolvere, tenendo contemporaneamente a bada due o tre marmocchi urlanti. Nel frattempo tutto mentre lui legge in poltrona il giornale sportivo o guarda la televisione, pronto a sedersi a tavola davanti a una lei in costante, trepida attesa di un apprezzamento per il cibo amorevolmente preparato.

Non che situazioni del genere siano sparite, tutt’altro; ma il fatto è che i libri in questione mostrano solo queste, con l’effetto di confermare in chi legge la convinzione

Analogamente, le immagini di personaggi celebri che illustrano la cultura e la civiltà italiana sono in stragrande maggioranza di uomini, anche nei campi, come la musica leggera, il cinema, il teatro, in cui non sarebbe necessario un grande sforzo per rispettare le suddette pari opportunità.

  Ancora, i brani offerti come materiale per la lettura, tratti da articoli di giornale o da opere di narrativa e di poesia sono al 90% a firma maschile, e per lo più propongono immagini tradizionali di donne ritratte nei loro ruoli di sorelle, figlie, madri, nonne persino.

Si finisce così per consegnare, in particolare a chi proviene da società più arretrate nei confronti dei diritti delle donne, il quadro di un paese diverso solo in superficie, in cui la divisione tradizionale dei ruoli, nella famiglia, nel lavoro, nel tempo libero, appare sostanzialmente intatta ed è un’eccezione quanto eventualmente contraddica questa regola; un quadro che lungi dal forzare i dati reali, recependo e rappresentando le istanze più moderne e aperte al cambiamento, appare addirittura più conservatore della realtà stessa.  

Il problema è più complesso di quanto appaia, dato che, nel caso dell’apprendimento di una lingua straniera, lo stereotipo può risultare particolarmente funzionale: fare riferimento a idee, conoscenze, abitudini ‘vecchie’, cioè già presenti nell’universo mentale dell’allievo/a (nella sua ‘enciclopedia’), come tutti gli/le insegnanti sanno, è una strategia fondamentale che facilita  la comprensione e l’acquisizione del dato ‘nuovo’.


Abbinare, per intenderci, la parola “medico” alla vignetta in cui appare un signore occhialuto in camice bianco è senz’altro più automatico che farlo con quella che rappresenta una giovane donna dall’aria accogliente e abbigliata in modo simile, che tuttavia verrà più facilmente identificata come “infermiera”.


 

Allo stesso modo, gli esempi di lingua proposti all’osservazione degli allievi/allieve e nelle frasi o nei brevi testi predisposti per le esercitazioni, i clichι si ripetono in modo esasperante.

E infatti, lungi dall’affrontare come si potrebbe con particolare facilità, avendo a che fare con studenti ‘vergini’ dal punto di vista delle abitudini linguistiche, la questione degli aspetti di sessismo2 presenti nella lingua italiana, si ricade nelle stesse trappole già denunciate a suo tempo3 a proposito delle grammatiche per gli studenti italiani:  omissione/oscuramento del femminile, suffissazioni inutili (e aberranti: v. il caso di vigilessa), abbinamenti nome/aggettivo rigidamente stereotipati (del tipo ragazza/bella ; ragazzo/alto) e così via.

Tale situazione appare degna di qualche riflessione, in un momento in cui da ogni parte arrivano conferme della sempre più grande richiesta di italiano da parte di persone di tutti i tipi e di tutti i paesi. E si tratta non solo di persone costrette dalla necessità a cercare condizioni di vita migliori nel nostro paese; ma anche di persone che non pensano affatto di emigrare e che studiano l’italiano, perchè, chi se lo aspetterebbe!, conoscerlo fa aumentare considerevolmente le opportunità di lavoro, in Cina, in Giappone, in Australia, in America Latina: la forte presenza dell’Italia sui mercati mondiali fa da traino alla sua lingua.

 

Ci aspetteremmo dunque che i materiali predisposti per rispondere a questi nuovi bisogni proponessero l’immagine di un paese all’avanguardia sotto tutti i punti di vista

Invece i libri e i materiali audiovisivi, pensati per questo scopo specifico e spesso graficamente e tecnologicamente assai avanzati (nonchι attenti, a volte, a evitare stereotipi culturali nella rappresentazione di chi viene da altri paesi e ha magari un diverso colore della pelle) ripropongono immagini di uomini e donne rigidamente fedeli ai ruoli che la tradizione (!?) gli assegna.

Un’occasione perduta? Forse anche qualcosa di più, se è vero che l’intreccio tra le culture e tra le lingue, di cui le donne, come sempre, sono le principali protagoniste può contribuire anche nel nostro paese a permetterci di immaginare scenari di maggiore libertà e ricchezza, non solo materiali, per ogni essere umano.

 

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1 Si tratta di una serie di regole elaborate nell’ambito di un progetto cofinanziato dall’UE; esso vede coinvolti insieme all’Italia anche Spagna e Portogallo e oltre al codice, ha prodotto due Vademecum destinati agli/le insegnanti: cfr. E.Porzio Serravalle (a cura di), Saperi e liber– Maschile e femminile nei libri, nella scuola, nella vita, Progetto Polite, Associazione Italiana Editori, Milano 2000 e 2001. 

2  Cfr. A. Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 1987, 1992, 1999 e C. Robustelli, Lingua e identità di genere, in E.Porzio Serravalle 2000, citato alla nota precedente.

 

3  Cfr. T. von Bonkewits , Lingua, genere e sesso: sessismo nella grammaticografia e in libri scolastici della lingua italiana, in Marcato G. (a cura di), Donna e linguaggio, Atti del Convegno Internazionale di studi Sappada-Plodu, Cleup, Padova, 1995