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La comunicazione non verbale Prima parte
NELL'INSEGNAMENTO DELL'ITALIANO A STRANIERI IN PROSPETTIVA INTERCULTURALE Prof.ssa Pierangela Diadori (Universita' per Stranieri di Siena)
Lo studio della comunicazione all'interno di un sistema linguistico e socio-culturale mette in gioco una serie di fattori: le componenti dell'interazione sociale, la struttura del messaggio verbale, i suoi rapporti con i parametri di variazione sociale, i codici utilizzati, le cause in base alle quali i parlanti interagiscono fra loro, i rapporti fra un dato messaggio e i modelli di comportamento della cultura in cui è stato generato. Ognuno di questi fattori è oggetto di studio di discipline quali la sociologia, la linguistica, la sociolinguistica, la semiotica, la psicologia, l'antropologia. Lo studio della comunicazione umana, così come è andato delineandosi negli ultimi decenni, è dunque un tipico esempio di ambito interdisciplinare, come ben sanno gli stessi linguisti che si occupano di analisi del discorso, e in particolare di una disciplina come la pragmatica, che "studia gli usi comunicativi reali, cioè le modalità concrete con le quali si realizza la comunicazione. In particolare ( ) a) le strategie che sono messe in atto sia da parte di chi parla che da parte di chi ascolta, per consentire la riuscita di ogni atto linguistico; b) le relazioni tra lingua e contesto, codificate nella struttura linguistica" (Sobrero: 403)1 .Nell'atto di apprendere una lingua diversa dalla propria madrelingua, gli apprendenti sono in primo luogo, al pari dei parlanti nativi, dei "membri della società che hanno compiti (non esclusivamente riferiti alla lingua) da realizzare in un certo insieme di circostanze, in uno specifico ambiente e all'interno di un particolare campo di azione"2.. Una didattica delle lingue moderne ispirata ad un approccio comunicativo, tanto più se orientata all'azione3, non può dunque non tenere conto delle implicazioni derivanti dagli studi delle discipline che si occupano della comunicazione nella lingua di insegnamento (dalla linguistica italiana agli studi antropologici e sociolinguistici sulle comunità italofone in Italia e all'estero).Questo approccio interdisciplinare diventa cruciale quando si tratta di analizzare i vari aspetti della competenza comunicativa dei parlanti allo scopo di sviluppare un'analoga competenza negli apprendenti stranieri: impossibile, in quest'ottica, limitarsi alle strutture della lingua o al solo codice verbale, dal momento che la comunicazione fra esseri umani non avviene solo utilizzando il sistema linguistico, ma anche attivando tutta una rete di codici non verbali che contribuiscono alla costruzione del messaggio che passa da emittente a destinatario.D'altra parte, lo sviluppo della competenza comunicativa in una lingua straniera implica l'analisi dei comportamenti verbali e nonverbali nelle interazioni fra nativi, anche in relazione alla lingua e alla cultura degli apprendenti: gli aspetti interculturali si sovrappongono, quindi, a quelli interdisciplinari, creando una complessa gamma di interazioni che il docente di lingua si troverà a dover fronteggiare con le proprie competenze comunicative di bilingue, integrate e rafforzate da adeguati strumenti glottodidattici. La competenza extralinguistica Sia le teorie dell'apprendimento alla base dell'approccio comunicativo, sia i principi ispiratori dell'approccio orientato all'azione e della didattica interculturale attribuiscono un ruolo essenziale allo sviluppo della competenza extralinguistica in relazione alla lingua e cultura obiettivo, giustificando a tale scopo l'uso di materiali autentici e di strumenti audiovisivi e favorendo tecniche didattiche quali la transcodificazione, il role-play, oltre all'analisi del discorso in azione e lo sviluppo di una consapevolezza interlinguistica e interculturale. Infatti,presenterà caratteristiche differenti rispetto alla comunicazione tra parlanti di lingua madre. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda la gestione efficace della comunicazione non verbale, della cui importanza poche persone si rendono conto. In una situazione interculturale è quindi essenziale potersi intendere sui significati delle parole e dei comportamenti" (Weidenhiller, 1998: 223)L'insegnamento dell'italiano in un una prospettiva comunicativa e pragmatica non può prescindere da tutto questo, considerato il ruolo non secondario che assumono i codici nonverbali nella comunicazione fra italofoni nell'Italia contemporanea e nelle comunità di oriundi italiani all'estero. Quella italiana può essere infatti definita una "cultura a contesto forte", in cui tutto deve essere interpretato tenendo conto del contesto in cui avviene l'interazione (comunicazione implicita)4, a differenza delle cosiddette "culture a contesto debole" (come quelle del mondo germanico, scandinavo e anglo-sassone) in cui il contesto è meno rilevante, e la comunicazione verbale assume un ruolo primario nel rendere esplicito tutto ciò che serve al destinatario per interpretare il messaggio (comunicazione esplicita). Vediamo dunque alcuni aspetti della competenza cinesica, prossemica e cronemica che possono assumere una certa rilevanza nella didattica dell'italiano a stranieri. Cinesica In ogni interazione faccia a faccia il messaggio orale viene in qualche modo completato dai movimenti del corpo dell'emittente, che possono rafforzare o conferire significati aggiuntivi alle parole a cui si accompagnano: si parla in questo caso di "codice cinetico" (dal greco kynesis = movimento) e ci si riferisce in particolare all'espressione del volto, agli sguardi, alla postura del corpo, al contatto fisico fra gli interlocutori, alla gestualità. Ogni cultura sviluppa, analogamente al linguaggio verbale, il proprio linguaggio cinetico, e ne condivide i segni e i significati in base a un reticolo di regole e convenzioni che si trasformano in base agli stessi parametri di variazione del codice lingua: diacronico (il tempo), diatopico (lo spazio), diafasico (il contesto), diastratico (le caratteristiche sociali degli interlocutori), diamesico (il canale comunicativo). Ogni cultura attribuisce un diverso ruolo al codice cinetico nell'ambito delle potenzialità comunicative a propria disposizione: così possiamo spiegare la relativa "immobilità" fisica che caratterizza l'interazione faccia a faccia di due amici finlandesi, per esempio, rispetto alla relativa "dinamicità" di un'interazione analoga (a livello di ruoli, argomenti, contesto) fra interlocutori napoletani. In Italia (in particolare nella macroarea dialettale centro-meridionale, ma anche nelle comunità di emigrati italiani meridionali all'estero) l'utilizzo dei mezzi espressivi del corpo ha un ruolo cruciale nella comunicazione, e come tale non può essere tralasciato da un'educazione linguistica che abbia per obiettivo glottodidattico lo sviluppo di una competenza comunicativa orientata all'azione in prospettiva interculturale.Il comportamento cinesico degli italiani è guidato da alcune regole di comportamento e da una serie di giudizi di valore che, dalla sfera psicologica più profonda, emergono inconsciamente in superficie attraverso la lingua del corpo. Non è questa la sede per analizzare le ragioni storiche, sociali, religiose di questo comportamento, che costituiscono l'oggetto di studio specifico dell'antropologia culturale. Ci basti ricordare che nella società italiana contemporanea i tabù legati alla sfera corporea sono molto meno forti rispetto a quelli che caratterizzano le culture anglosassoni (forgiate dal puritanesimo), e sono comunque diversi da i tabù dei popoli asiatici e africani. Questa relativa libertà espressiva si riflette in alcuni atteggiamenti psicologici piuttosto diffusi fra gli italiani, relativi alla manifestazione delle emozioni, all'atteggiamento verso l'interlocutore, al ruolo della gestualità. Gestualità A seconda delle funzioni comunicative che esplicano, Ekman - Friesen (1969) individuano diverse categorie di gesti: a.simbolici, dotati di un significato preciso e socialmente condiviso, convenzionalmente attribuito e spesso difficilmente ricostruibile dalla dinamica del gesto stesso (toccarsi l'orecchio, applaudire, fare l'occhiolino, sfiorarsi il naso di lato, inserire il pollice fra indice e medio). Questi possono a loro volta distinguersi in: ·referenziali, riferiti a oggetti e azioni (pollice e indice che si strofinano per indicare soldi, l'indice davanti alla bocca per dire di fare silenzio) ·modalizzatori, a cui corrisponde una frase o un concetto (la mano a borsa oscillante che esprime, secondo il contesto, frasi del tipo: "ma cosa vuoi?", "Ma che ci fai qui?", "Ma chi ti ha chiesto niente?"); b.mimetici, che descrivono forma e/o dimensioni di un referente (le curve di una donna) o riproducono un'azione (bere, telefonare); c.deittici, che indicano oggetti o persone e la loro collocazione nello spazio (quello lì, lassù, oltre, dietro); d.batonici, che mettono in rilievo e danno espressività a una parola o una frase, come segnali di accentuazione del discorso nei punti di enfasi o per indicare un cambiamento nelle strategie discorsive (la mano che batte sulla gamba, accompagnando un'espressione come "Bene!" per indicare che la conversazione è finita). I movimenti del corpo proiettano il parlante fuori dal proprio "dominio fisico" (di cui parleremo a proposito della prossemica), cioè quella sorta di "bolla" protettiva che può restringersi fino a corrispondere alle fattezze del proprio profilo fisico. Uscire fuori da questo "guscio" minimo mediante un gesto delle mani, delle braccia, delle gambe, eventualmente accompagnato dall'espressione del viso, in aggiunta o in sostituzione di un messaggio verbale corrisponde a un atteggiamento psicologico in linea con quanto abbiamo osservato a proposito del comportamento degli italiani: si tende a dare maggiore forza e espressività alle proprie emozioni e ci si proietta al tempo stesso verso il nostro interlocutore, entrando quasi nel suo spazio vitale e, se la sua vicinanza ce lo consente, arrivando perfino a toccarlo. Due valenze fondamentali del linguaggio, quella espressiva e quella fatica, trovano dunque nella gestualità italiana la loro piena realizzazione: il bisogno (o il desiderio) di manifestare sé stessi e quello di entrare in relazione con gli altri.Varie caratteristiche della situazione linguistica dell'Italia di oggi stanno influenzando non solo la lingua scritta e parlata, ma anche i gesti che accompagnano la comunicazione orale: la diffusione dei mass media, i sempre più frequenti contatti fra persone di diverse lingue e culture, il livello medio di istruzione sempre più alto, la progressiva perdita dei dialetti. In particolare, durante gli ultimi decenni alcuni gesti regionali si sono diffusi in tutta Italia (almeno a livello di competenza passiva), altri si sono ristretti ad aree limitate in relazione all'uso del dialetto locale: si pensi all'atto di sollevare leggermente la testa verso l'alto in segno di risposta negativa (tipico dell'Italia meridionale) o a certi insulti sessuali (come il pollice alzato, usato in Sardegna e in Sicilia), secondo una tendenza analoga a quella di certi dialetti che vanno gradualmente restringendo il loro ambito d'uso, rispetto al progressivo diffondersi delle corrispondenti varietà regionali dell'italiano. Altri ancora sono usati in tutte le regioni italiane e sono invece completamente assenti nel resto d'Europa, come nel caso della mano a borsa per dare enfasi alla domanda. Recentemente si sta infine assistendo alla rapida diffusione anche in Italia di gesti di provenienza straniera, alcuni dei quali si erano già affermati fin dalla II Guerra mondiale (come le dita a "V" per indicare vittoria, usate per la prima volta da Churchill, o le dita ad anello per esprimere approvazione). Al pari dei forestierismi linguistici, questi gesti si affermano oggi specialmente nel gergo giovanile (come il già citato insulto anglosassone con l'indice alzato) e nei linguaggi settoriali (come il saluto fatto battendo il palmo della mano contro quello dell'interlocutore, proveniente dall'ambito sportivo).L'analisi dei comportamenti nonverbali tipici di una cultura attraverso lo studio dei mass media di un determinato periodo può aprire la strada a molte interessanti scoperte. Bisogna premettere che in questo caso la trasmissione del messaggio e quindi la comunicazione subiscono alcune variazioni rispetto alla comunicazione faccia a faccia, non solo per quanto riguarda la mancanza di feed-back da parte del destinatario, ma soprattutto per l'assenza di alcune componenti extralinguistiche (olfattiva, gustativa, cutanea). Si tratta infatti di quello che Poyatos (1983: 57) chiama "un rapporto a senso unico, in cui solo il ricevente è un essere umano, mentre l'emittente è solo una fonte di evocazioni, provocate da realtà precedentemente sperimentate, un rapporto che si stabilisce fra lo spettatore e la rappresentazione bidimensionale nei film, nella fotografia e nella pittura, e in quella tridimensionale della scultura". Una prova diretta di queste osservazioni relative alle linee di tendenza del comportamento nonverbale degli italiani, con particolare riferimento ai gesti simbolici più usati (i cosiddetti "emblemi", secondo la definizione di Poyatos 1983: 98 sgg.), si può ottenere analizzando la più recente produzione cinematografica italiana, le foto di giornali e riviste, le pubblicità scritte o televisive, gli articoli di giornale e la letteratura narrativa. Si pensi in particolare ai comici della nuova commedia all'italiana, ciascuno legato alla propria pronuncia regionale e al proprio modo di comunicare anche attraverso i gesti: da Carlo Verdone (romano) a Roberto Benigni (toscani), a Massimo Troisi (napoletano), e via dicendo. I film italiani degli anni '80-'90 ci offrono dunque un ampio panorama sui diversi tipi di comunicazione nonverbale dell'Italia contemporanea, passando dalla massima ricchezza gestuale del meridione, al minimo di gestualità nel nord e soprattutto in Sardegna. Anche gli articoli di giornale e la letteratura narrativa costituiscono una fonte di informazione sugli usi gestuali contemporanei, oltre ad essere, nel caso delle opere letterarie, un indice del realismo descrittivo dell'autore. Prossemica La concettualizzazione dello spazio e il comportamento spaziale variano in base agli stessi parametri di variazione che influenzano gli altri codici comunicativi: il tempo, lo spazio, il contesto, la società e il canale comunicativo.5 . Il termine proxemics (dal greco sema, "segno") per indicare gli aspetti spaziali della comunicazione umana si deve all'antropologo statunitense Hall, autore del primo saggio dedicato a questa nuova disciplina (Hall, 1966) che, nata nell'ambito della semiologia, si occupa espressamente dello studio dell'uso che l'uomo fa dello spazio, frapponendo diversi gradi di distanza fra sé e gli altri per avvicinarli o allontanarli nelle interazioni quotidiane e nella organizzazione degli spazi abitativi e urbani. La concettualizzazione dello spazio:Non tutte le lingue dispongono delle stesse potenzialità espressive per indicare i rapporti spaziali6, così come variano da cultura a cultura le connotazioni e i significati aggiuntivi attribuiti a concetti spaziali perfettamente traducibili a livello di superficie. Non tutte le lingue posseggono, per esempio, le stesse strutture lessico-grammaticali capaci di indicare i rapporti spaziali fra cose e persone presenti nel contesto: la posizione di un oggetto che si trova sopra ad un altro senza peraltro sfiorarlo può essere indicata con una preposizione in inglese (over) e in tedesco (über), mentre questo concetto è inesprimibile in italiano senza ricorso a una perifrasi. L'italiano standard e il toscano, d'altro lato, posseggono un sistema a tre dimostrativi (questo/codesto/quello) che permette di indicare anche che l'oggetto di cui si parla si trova vicino all'interlocutore e lontano da chi parla, mentre questo non è possibile nelle altre varietà regionali dell'italiano (questo/quello), né in inglese (this/that), in tedesco (dieser/jener) e in moltre altre lingue. Cardona (1988: 34 sg.) cita il caso della lingua dei Mòcheni, una comunità montana del Trentino, che presenta un orientamento tridimensionale dello spazio, determinato dall'asse del fiume che scorre a fondo valle, da un asse perpendicolare e uno trasversale alla valle stessa (cfr. anche Trusso, 1995; Becker - Carroll, 1997),A proposito, invece, delle diverse connotazioni attribuite a concetti spaziali, come la parola "casa" può essere tradotta in tutte le lingue ma non corrisponde affatto all'evocazione della stessa immagine, così il concetto di "grande" o "piccolo" varia notevolmente da cultura a cultura, come ben sa chi si occupa di vendite o affitti immobiliari internazionali! Nell'ambito della stessa classe sociale, infatti, un alloggio che negli Stati Uniti è considerato di modeste dimensioni, risulta grande in Europa, grandissimo in Giappone, in base ai diversi parametri di valutazione dello spazio in relazione alle unità abitative disponibili. Analogamente, si avranno diverse concettualizzazioni di definizioni spaziali come vicino/lontano, deserto/affollato e via dicendo.Sia le espressioni verbali che indicano relazioni spaziali, sia l'uso deittico della gestualità sono strettamente legati alle diverse rappresentazioni mentali dello spazio, di cui si occupa specificamente la prossemica. Come rileva Sobrero (1994: 421-422), c'è differenza fra le indicazioni stradali fornite da chi vive in spazi ridotti e ben conosciuti, come le città, e chi vive in spazi ampi e poco esplorati, come la campagna: i primi si serviranno meno dei deittici e specificheranno meglio le distanze verbalmente ("cento-duecento metri"), mentre i secondi useranno maggiormente i gesti e forniranno valutazioni più generiche delle distanze ("lontano ma non troppo").
1. Lo stesso Sobrero (406, nota 3) definisce la pragmatica "una disciplina molto
giovane, nata al confine fra tre versanti disciplinari: la filosofia, la linguistica,
l'antropologia".
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