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Editoriale

L’ausilio dei multimedia in didattica

Corsi on line di "Altrascuola"       

Certificazioni DITALS (univ. Sienna)

Un progetto Europeo: esperienza

Le lingue e l'orecchio

La parola televisiva   

Novita letterarie

Intervista al Direttore della Scuola Apulia di Lecce

L' angolo della Dante

Seconda settimana della Lingua Italiana - Atene

Corso per insegnanti dell' Universita Makedonia - Salonicco

L'Italia fra noi: dove trovarla

 

Sezione didattica

 

La parola televisiva, grande simulatrice

                            di Sabrina Maffei – Univ. per Stranieri di Siena

-prima parte-

La televisione è il mezzo che più di ogni altro ci offre a basso costo qualcosa di iquietantemente simile all’interazione faccia a faccia” (Joshua Meyrowitz)

L’osservazione di Meyrowitz offre lo spunto ad una riflessione sulle parole parlate, sussurrate e molto spesso urlate con cui la televisione ci bombarda e ci educa. La riflessione è dettata dall’esigenza di usare il mezzo televisivo come strumento didattico nell’insegnamento linguistico, dal quale sembra difficile prescindere nell’ottica di un approccio comunicativo e quindi se intendiamo servirci di modelli di lingua il più possibile vicini alla realtà vera dell’italiano orale usato in contesti naturali.

Nel giro di pochi anni la parola è diventata oggetto di un’operazione che l’ha portata a essere la protagonista assoluta del teleschermo, liberandosi dai modelli formali tradizionali che in passato l’avvicinavano molto più alla lingua letteraria che non a quella parlata dagli italiani. L’operazione realizzata aveva lo scopo di raggiungere masse sempre più grandi di utenti, superando il limite della monodirezionalità: la Tv arrivava alla gente, ma non viceversa. Dare la parola alle persone comuni, ospitandole negli studi televisivi oppure comunicando con loro telefonicamente, imponeva la necessità di avvicinare i codici linguistici, per familiarizzare con chi strutturalmente rimaneva escluso dalla conversazione audiovisiva. I toni aulici convenienti alla funzione pedagogico-didascalica che la televisione aveva in passato, hanno progressivamente lasciato il posto ad altri forse meno eleganti e più stentati, ma sicuramente più reali e, in quanto tali, più rassicuranti perché più familiari.

La televisione si è rapidamente identificata con una campionatura molto varia di lingua parlata, adattandosi ai nuovi bisogni che via via essa stessa creava e a cui contemporaneamente rispondeva.

Il grande salto risale agli anni Novanta, con l’affermazione del “talk-show” impegnato, con trasmissioni come “Il Rosso e il Nero”, “Moby Dick”, “Milano Italia”, “Profondo Nord”. La parola assume toni passionali e di grande efficacia comunicativa, grazie alla sua apparente spontaneità. E il pubblico ha voce, ha diritto alla parola.

In realtà non possiamo dimenticare, soprattutto quando utilizziamo il parlato televisivo a scopi didattici, che esso è sempre e comunque mediatico: è il parlato più vicino alla realtà, ma non è la realtà, è “inquietantemente simile all’interazione faccia a faccia”. Una delle macrodifferenze è rintracciabile nella funzione stessa della parola: quella della conversazione mediatica è l’intrattenimento, funzione questa che solo occasionalmente ritroviamo come predominante nel parlato spontaneo.

Detto questo, dobbiamo ammettere che la simulazione è veramente ben riuscita e perciò la lingua della televisione risulta molto efficace come strumento di apprendimento linguistico. Ciò è confortato dal fatto che il parlato televisivo costituisce una parte importante del corpus del Lessico di Frequenza di Tullio De Mauro.

La conversazione televisiva condivide con quella faccia a faccia spontanea delle caratteristiche fondamentali, quali i segni acustico-vocalici e quelli corporeo-visivi, le regole che presiedono allo scambio conversazionale come la gestione dei turni di parola e delle relazioni interpersonali legate al sistema di etichetta in vigore nella società italiana.

Eppure il fatto che i messaggi televisivi passino attraverso il canale uditivo non autorizza a identificarli completamente come lingua orale: essi presentano fenomeni che a buon diritto li includono anche nella “categoria” della lingua scritta. Come in quest’ultima, infatti, i messaggi verbali della televisione raggiungono i destinatari a grande distanza; inoltre l’emittente e il destinatario non necessariamente condividono la stessa situazione comunicativa; raramente, poi, è previsto un “feedback” da parte dei fruitori del messaggio. Questo basta a poter affermare che la lingua della televisione è una via di mezzo tra oralità e scrittura. Ciò che ce la rende uno strumento didattico di grande efficacia sta in due elementi, fondamentalmente. Da una parte la ricchezza delle varietà linguistiche altrimenti impossibile da trovare così simultaneamente concentrate, dall’altra l’altrettanta ricchezza di tratti extralinguistici decodificabili soltanto se fruiti nel loro contesto visivo. In questo senso il parlato televisivo ci è di enorme supporto per lavorare su diversi tipi di varietà: quella diacronica, in cui i movimenti linguistici sono legati al fattore tempo; quella diatopica, in cui i cambiamenti della lingua sono determinati dal fattore spazio; quella diastratica, che riflette le differenze del parlato nei vari strati sociali; infine quella diafasica, in cui ad essere determinante è la situazione nella quale avviene l’interazione verbale.

Altrettanto ricco è il panorama delle varietà linguistiche, che arriva a toccare l’intero repertorio del parlato reale, grazie all’ampio spettro di generi televisivi in cui vengono utilizzate varietà linguistiche molto diverse fra loro. Tralasciando i poli estremi, che possiamo ravvisare nella lingua precisa ed estremamente formale dei documentari (peraltro scritta per essere letta, e quindi molto lontana dall’oralità spontanea) e in quella molto “sciolta” delle candid camera, si nota che l’italiano della televisione è quello dell’uso medio, caratterizzato, rispetto allo standard, da una struttura sintattica più semplice, da una maggiore variazione diafasica e diatopica,da una tolleranza sempre maggiore verso modelli d’uso che fino a pochi anni fa erano considerati fuori dalla norma, da una proliferazione di neologismi, registrati nella lingua parlata e di cui la Tv fa da cassa di risonanza, oppure partoriti dal teleschermo e destinati ad entrare in circolazione nella lingua quotidiana per un tempo più o meno lungo.

Come osserva Simone, la televisione svolge un ruolo non solo di grande specchio in cui vediamo riflesse le nostre proprietà culturali, ma anche quello di rieducatore linguistico e perfino di inventore di cattive maniere. Spesso viene dimenticata la ricchezza lessicale della nostra lingua, e si fa ricorso a una manciata di espressioni molto generiche e quindi sempre meno efficaci, basti pensare alla profusione di aggettivi come “grande”, “straordinario”, “stupendo”. Ma, d’altra parte, non è proprio questa la lingua che usiamo?

Possiamo concludere che la lingua parlata in Tv, in quanto specchio degli usi dell’italiano presenti nel repertorio dei parlanti, continua ad avere un importante ruolo di modello per un’Italia in perenne formazione linguistica, per una lingua il cui standard sta nella grande ricchezza delle sue varietà. In quanto tale risulta di grande efficacia nell’apprendimento linguistico, anche se ci atteniamo solo a considerarne la ricchezza di modelli, senza addentrarci in un aspetto fondamentale che ne conferma la bontà e che riguarda la motivazione che la televisione è capace di creare. Questa sua potenzialità non pertiene alla nostra riflessione, ma sappiamo quanto sia importante nel percorso di apprendimento e per il raggiungimento degli obiettivi didattici.